giovedì, aprile 27, 2006

Nuove tasse: altro che Silvio, serve una rivolta

di Alberto Mingardi
Cari lettori, adesso tocca a voi. C’è poco da aggiungere a quanto ieri scriveva Oscar Giannino su queste colonne. La missione è urgente, l’opera è ambiziosa. Se il governo Prodi sceglierà il giro di vite fiscale come unica strategia per mettere ordine nella finanza pubblica, bisogna non solo “dare un segnale”. Altro che segnale, servono le barricate.
Il problema è che le barricate servirebbero da anni. È dal temporale di Tangentopoli che questo Paese è “in transizione”. Sospeso fra la necessità di ripulirsi dal guano partitocratrico e clientelare, cioè: l’eredità più evidente della prima repubblica, e la tentazione al compromesso, ad abituarsi alla tranquilla gestione delle leve del potere, ovvero: l’eredità più subdola della prima repubblica.
Prodi non è un marziano atterrato per sbaglio in Italia. Da quella scuola viene, farà quel che gli hanno insegnato. Non è sorprendente. Sorprendente sarebbe una reazione del tipo descritto da Giannino. Perché stavolta il “blocco del Nord”, questo mitico “popolo dei produttori” che da vent’anni rigira il pallottoliere dei sondaggisti e dà e toglie le carte ai politici, è veramente solo. Il risultato elettorale della Cdl è stato miracoloso, ma più che all’esultanza o alla rabbia dovrebbe indurre al rimpianto. Se sono bastate due settimane di sciabolate da liberista ipotetico, a Silvio Berlusconi, per polverizzare la distanza abissale che lo separava da Prodi nei sondaggi, cosa sarebbe successo, Dio non voglia, se il liberista al governo lo avesse fatto per davvero? Se anziché la promessa di tagliare l’Ici avesse servito all’elettore la vigorosa potatura delle aliquote sulla quale nel 2001 aveva incassato una vittoria un po’ diversa da quella vantata oggi dall’Ulivo?
Per carità, imbrattar carte è facilissimo, la vita dell’uomo di governo è altra cosa. Ma più che quelle poche migliaia di voti di scarto, è lo spreco di una maggioranza colossale - in una situazione internazionale che a dispetto di quanto si è detto e ripetuto dava la possibilità, eccome, di provare il proprio coraggio anche in politica interna - che dovrebbe far rabbia.
Prendete il Financial Times. Oggi, e giustamente, critica Prodi. È un giornale diverso da quello che ieri malmenava il Cavaliere? Hanno cambiato direttore? Il Wall Street Journal, quotidiano conservatore e “amerikano”, certo non simpatizza col neo-premier. Ma se ha definito quello vecchio “don Coglioni”, col disprezzo arroventato che si riserva a un capobranco di Brooklyn, lo avrà fatto proprio senza motivo, per antipatia preconcetta, o perché imboccato dalle forze congiunte della grande massoneria, dell’Opus dei, dell’associazione-intellettuali-frustrati-e-dunque-antiberlusconiani, Pippo, Pluto e Paperino? La verità è che i due oracoli dell’economia mondiale hanno semplicemente inchiodato il Cavaliere al peso delle sue promesse tradite. E sono queste ultime, non la presunta scarsa rispettabilità internazionale, o l’acrimonia della grande stampa, che fanno del centro-destra per com’è ora un portavoce inaffidabile del giusto sdegno popolare che s’alzerebbe, che dovrebbe alzarsi, qualora il governo ritoccasse l’Iva.
Insomma, come può dire “basta tasse” chi, potendo e promettendolo, non le ha tagliate? Come può opporsi a qualsiasi aggravio del prelievo, chi ha invocato l’aumento dei dazi? Un dazio è una tassa. Fra l’altro, è un’imposta il cui aumento, all’atto pratico, è congruente ad un inasprimento dell’Iva: prezzi più alti per il consumatore. Ci si può opporre all’uno e favorire l’altro, senza beccarsi almeno una sonora pernacchia?
Siamo sempre al ’92, alla frana che ha seppellito i resti della prima repubblica. Il principio sismico, il “blocco del Nord”, la “questione settentrionale”, il “popolo dei produttori”, è ancora attivo. Ma ora come allora non trova rappresentanza politica. Le poche cartucce che aveva se le è già sparate.
È ora di metterci la faccia, cari “produttori”. Lo so che la democrazia è il regime dei pigri, dove alla mobilitazione totale permanente di quelle guerre civili periodiche che sono le campagne elettorali si alternano più lunghi periodi di salutare disinteresse per la cosa pubblica.
Epperò alla prospettiva di un nuovo aumento della tosatura bisognerebbe alzarsi e urlare: basta. Non sperare che lo facciano altri. Non fare buon viso a cattivo gioco, confidando nell’abilità prestidigitazionale del commercialista. Ma dire una buona volta che alla confisca legale di grossomodo metà del vostro reddito, i frutti della vostra fatica, il sale del vostro sudore, non ci state. Però, ne siete capaci? O fino ad ora avete avuto solo i leader che vi siete meritati? Riuscite, almeno a pensarla, una sana e dura rivolta fiscale, o ancora oggi, all’idea di tirar fuori i muscoli e pigliarsi le responsabilità del caso, rispondete come ieri: “tengo famiglia”? Da Libero, 26 aprile 2006

giovedì, marzo 23, 2006

Benjamin Tucker: IL RAPPORTO TRA STATO E INDIVIDUO

*SIGNORE E SIGNORI, presumibilmente l'onore che mi avete fatto nell'invitarmi a rivolgervi a voi oggi su "Il rapporto dello Stato con l'individuo" è dovuto principalmente a una combinazione di circostanze che mi ha reso in aulche modo un esponente di primo piano della teoria dell'anarchismo moderno - una teoria che sta acquistando sempre più considerazione come una delle poche che offrano una solida base alla vita politica e sociale. In suo nome, quindi, vi parlerò per discutere questo soggetto che soggiace e tocca chiaramente quasi tutti i problemi pratici con cui questa generazione si confronta. Il futuro dei dazi, della tassazione, della finanza, della proprietà, della donna, del matrimonio, della famiglia, del suffragio, dell'educazione, dell'invenzione, della letteratura, della scienza, delle arti, delle abitudini personali, del carattere privato, dell'etica, della religione sarà determinato dalla conclusione alla quale l'umanità arriverà sulla questione se e fino a che punto l'individuo debba obbedienza allo Stato.
L'anarchismo, occupandosi di questo argomento, ha trovato necessario, prima di tutto definire i suoi termini. Le concezioni popolari della terminologia politica sono incompatibili con la rigorosa esattezza richiesta dalla ricerca scientifica. si può essere sicuri che uno scostamento dall'uso popolare del linguaggio si accompagna al rischio di una errata comprensione da parte della moltitudine, che ignora con persistenza le nuove definizioni; ma, d'altra parte, la conformità ad esso può andare incontro all'ancora più deporevole alternativa della confusione agli occhi dello specialista, che sarebbe giustificato nell'attribuire inesattezza di pensiero là dove c'è inesattezza di espressione. Prendete il termine "Stato", per esempio, che ci riguarda particolarmente oggi. E' una parola sulla bocca di tutti. Ma quanti di coloro che la usano hanno una qualche idea di quel che intendono con essa? E, tra i pochi che ce l'hanno, che varietà di concezioni! Designamo con il termine "Stato" istituzioni che rappresentano l'assolutismo nella sua forma estrema e isituzioni che lo temperano con più o meno liberalità. Applichiamo la parola allo stesso modo a isituzioni che non fanno altro che aggredire e a istituzioni che , oltre ad aggredire, in qualche misura proteggono e difendono. Ma quale sia la funzione dello Stato, aggressione o difesa, pochi sembrano saperlo o curarsene.

*Discorso pronunciato alla sessione annuale dell'Umanitarian Ministers' Institute, tenuta a Salem nel Massachussets il 14 ottobre 1890. p. 164